29 ottobre 2025
YUEN YUEN ANG
Originale: https://www.project-syndicate.org/commentary/polycrisis-is-actually-opportunity-to-transform-global-development-paradigm-by-yuen-yuen-ang-2025-10
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I leaders occidentali preferiscono il termine “policrisi” perché oscura la causa principale dei nostri attuali problemi: il paradigma industriale-coloniale. Invece di concentrarsi sulla paura, il mondo deve studiare e affrontare le sfide dello sviluppo con un realismo propositivo che tragga insegnamento dalla creatività di una autentica comunità globale.
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Conflitti, guerre commerciali, disuguaglianze e decadenza della democrazia riempiono i titoli dei giornali di oggi.
Ogni crisi sembra alimentare la successiva, e può sembrare che il mondo stia finendo in pezzi.
I leaders e i pensatori occidentali hanno adottato una parola per descrivere questo groviglio di minacce: “policrisi”.
Adam Tooze, lo storico della Columbia University che ha contribuito a rendere popolare il termine, ne ha riassunto il successo nel 2023: “Ecco la vostra paura, ecco qualcosa che vi angoscia profondamente. È così che si potrebbe chiamare”.
Ma quando la paura diventa il tema centrale, il risultato non può che essere angoscia e paralisi, come ha osservato Mark Leonard dopo il World Economic Forum di Davos nel 2024.
Le crisi, tuttavia, non sono necessariamente seguite dal collasso.
Anzi, hanno spesso aperto la strada al rinnovamento, ma solo per coloro che erano disposti ad abbandonare il vecchio ordine.
Ciò premesso, vedo lo stesso momento attraverso una lente diversa: come poliopportunità, un termine che ho coniato in un commento su Project Syndicate del novembre 2024 e ho poi elaborato presso il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
L’idea è semplice: le crisi simultanee offrono un’opportunità unica per una profonda trasformazione delle istituzioni globali e delle idee. Quando tutto sembra crollare all’improvviso, siamo costretti ad andare oltre le soluzioni precostituite e a riprogettare i sistemi da zero.
Per cominciare, dovremmo riconoscere che la policrisi è una narrazione occidentale mascherata da globale.
Due teorici europei coniarono il termine nel 1993, mentre un altro esperto europeo lo ha reso popolare di recente.
Un vertice di élite occidentali diede al termine una importante base di lancio, favorendone la diffusione da parte di media, think tanks e accademici occidentali.
Nonostante le continue lamentele su un “futuro orribile”, il dibattito sulla policrisi raramente, se non addirittura mai, riconosce l’azione del mondo non occidentale – oggi eufemisticamente chiamato “Sud del mondo” – o le soluzioni che ha offerto.
Anche se alcuni teorici invocano un “Umanesimo Rinnovato”, non riescono ad affrontare la realtà di un ordine strutturalmente ineguale e delle crescenti frustrazioni che ne derivano.
Il predominio occidentale sulla finanza e sulle istituzioni internazionali persiste, mentre idee e voci non occidentali rimangono marginalizzate entro canoni che si presume siano globali.
L’establishment predilige il linguaggio della policrisi perché questo oscura le cause profonde dei fallimenti globali, facendoli apparire come disastri naturali.
In realtà, le sovrapposte crisi odierne possono essere ricondotte al paradigma industriale-coloniale che ha prevalso a partire dalla Rivoluzione Industriale, una visione del mondo che definiva il progresso come controllo: controllo meccanico sulla natura e controllo occidentale sul resto del mondo.
Certo, quel capitolo della modernizzazione ha prodotto grandi guadagni materiali e sociali. Ma ha anche gettato i semi della nostra attuale difficile situazione.
Il riscaldamento globale, la crisi che connota il nostro tempo, è il risultato di un modello industriale estrattivo, sostenuto da un sistema commerciale in cui i lavoratori dei paesi poveri producono a basso costo ciò che i consumatori dei paesi ricchi acquistano in eccesso.
Il paradigma industriale-coloniale è scaduto in un mondo ipercomplesso e multipolare. Abbiamo bisogno di una nuova mentalità, che io chiamo AIM: Economia Politica Adattiva, Inclusiva e Morale. Essere adattivi significa governare le società non come macchine rudimentali, ma come reti viventi che apprendono ed evolvono. Essere inclusivi significa riconoscere che il progresso dipende dall’utilizzo di ciò che si ha, il che significa mobilitare la creatività locale piuttosto che copiare i modelli dei ricchi e dei potenti. Ed essere morali significa riconoscere che le idee sono plasmate dal potere e quindi correggere questo squilibrio.
Nel corso di decenni di ricerca, ho studiato la Cina, così come altri paesi, attraverso la lente dell’AIM. Nel mio libro “How China Escaped the Poverty Trap”, ho tracciato lo sviluppo non come un percorso lineare, ma come un processo co-evolutivo, caratterizzato da un ciclo ricorrente (Adattivo).
Questa analisi ha mostrato che le strategie che creano nuovi mercati possono apparire nettamente diverse dalle prescrizioni tipiche per “buone istituzioni” (Inclusiva).
Poi, in “China’s Gilded Age”, ho messo in discussione l’assunto orientalista dell’”eccezionalismo cinese”, rivelando che il percorso della Cina rispecchia storie occidentali dimenticate, non le versioni mitizzate insegnate nei libri di testo (Morale).
L’AIM fornisce una bussola per il pensiero e l’elaborazione delle politiche in un’epoca in cui la maggioranza globale si sta sempre più appropriando del suo sviluppo, piuttosto che seguire formule occidentali o aspettare di essere salvati dalla povertà attraverso gli aiuti.
Si consideri - ad esempio - che Cina, India e Arabia Saudita stanno investendo massicciamente in energia pulita, mentre i paesi dell’Africa subsahariana stanno sperimentando un salto energetico. E mentre i dazi statunitensi riducono per i paesi “ritardatari” come Vietnam ed Etiopia le possibilità di esportazione verso mercati ad alto reddito , il commercio Sud-Sud sta superando in volume quello Nord-Sud.
Sul fronte intellettuale, gli esperti più qualificati a insegnare “economia politica della giustizia” ed “economia circolare” non sono filosofi o consulenti in Europa e Nord America, ma gruppi indigeni che da tempo proteggono gli ecosistemi, nonostante secoli di espropriazione.
La poliopportunità non è un invito a un ingenuo ottimismo di fronte alle minacce esistenziali. Rappresenta invece un realismo propositivo che attinge dalla creatività di una comunità autenticamente globale, non di una singola regione o classe privilegiata.
E nemmeno promuove luoghi comuni o emozioni. La poliopportunità è un programma costruttivo fondato su un fondamento empirico. Applicata correttamente e seriamente, dovrebbe cambiare il modo in cui studiamo e affrontiamo una serie di sfide, non ultima quella dello sviluppo.
Ciò a cui stiamo assistendo non è la fine del progresso, ma piuttosto la fine del paradigma industriale-coloniale e l’inizio di un altro - se abbiamo la convinzione di svilupparlo.
YUEN YUEN ANG
Yuen Yuen Ang è professoressa di Economia Politica alla Johns Hopkins University, dove dirige il Polytunity Project e le tavole rotonde Multipolar World & US-China.
(Tradotto da Sergio Farris)

